
XIII Domenica del Tempo Ordinario
INGRESSO E PRESA DI POSSESSO DELLA DIOCESI DI PESCIA
OMELIA DEL VESCOVO AUGUSTO MASCAGNA
Cattedrale di Santa Maria Assunta, Pescia
28 giugno 2026
Che bella celebrazione e che bella giornata insieme con alcuni vescovi della Toscana, i preti, i diaconi, le religiose e i religiosi della diocesi di Pescia e di Pistoia! Grazie a tutti voi e soprattutto alle autorità civili e militari e ai tanti volontari che si sono adoperati per questa bella festa. La calura e le temperature non fermano l’entusiasmo di una Chiesa che vuole ripartire dalla Galilea. Proprio come nel brano di Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù ci ha dato appuntamento in Galilea, sul lago per riprendere il cammino. È risorto Cristo, nostra Speranza e ci precede in Galilea. Pescia è la nostra Galilea, da qui riprende un cammino e Gesù ci dice «Seguimi».
Entriamo, allora, nella festa di san Pietro e Paolo ed entriamo in un tempo importante per Pescia e Pistoia: un nuovo vescovo ed un cammino di Chiese sorelle. Sorelle distinte ma unite in un cammino di Chiesa; distinte nella loro storia, nei loro legami, nei loro territori ma unite nel seguire Gesù Cristo. La differenza dell’una dall’altra non ostacola il cammino, e l’unità di una storia nuova non pregiudica, non mortifica l’originalità propria della Chiesa di Pescia e della Chiesa di Pistoia. Proprio come Pietro e Paolo, i due apostoli di cui questa sera iniziamo la festa: apostoli molto diversi tra loro. Dice il prefazio proprio: Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la Chiesa delle origini con i giusti d’Israele, il maestro e dottore, che annunciò la salvezza a tutte le genti.
La Chiesa di ieri ha avuto bisogno di pescatori entusiasti capaci di confessare la fede, e di maestri e farisei come Paolo che hanno illuminato il mistero. Si, è vero: qualche volta la differenza tra i due ha avuto toni molto polemici, quasi fino allo scontro, memorabile quello che la critica ha chiamato l’incidente di Antiochia. Paolo che affronta Pietro e, con una parresia unica, lo corregge di fronte a tutti per una sua azione che smentiva le parole che aveva detto. La Chiesa si presenta sempre più come apostolica, sul fondamento di questi apostoli così, differenti tra loro e senza nascondere anche le proprie fragilità, ma con l’orgoglio di sentirsi accompagnati dal Signore. Una Chiesa plurale, ma unita nella fede in Gesù Cristo. Apostolica nei suoi fondamenti e nella ricchezza dei carismi, con cammini differenti che dicono la ricchezza della Grazia di Dio che non è monocolore ma sfrutta tutte le gradazioni e le sfumature.
E allora da dove iniziare? Nella festa degli apostoli Pietro e Paolo, abbiamo bisogno di ripartire dalla fede, altrimenti il nostro riferimento alla Chiesa rischia di essere ideologico e, invece, eccoci qua a ridire la fede. Come?
Primo movimento: La fede è un gioco di sguardi. Proprio così. La fede non è un apparato dottrinale da mandare a mente, ma una relazione viva in cui si può entrare. Le parole della fede verranno dopo. Il primo assenso ad un incontro è fatto con lo sguardo; se non voglio parlarti non ti guardo. Se invece ti fisso con lo sguardo allora vuol dire che cerco un incontro. «Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: “Guarda verso di noi”. Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa» (Atti 3,4).
Tutto inizia dallo sguardo di un altro su di noi. Il nostro Dio vuole incrociare gli sguardi delle donne e degli uomini di oggi. Prima Gesù nel vangelo, poi gli apostoli negli Atti portano la stessa exhousia, la stessa autorità di Gesù e prendono l’iniziativa «Guarda verso di noi». Sono loro a svegliare dalla superficialità il malato. Come puoi chiedere i soldi senza parlare con gli occhi, senza guardare in faccia chi ti sta osservando. Guarda verso di noi. I nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio perchè abbia pietà di noi. Spera di ricevere qualcosa ma non si accorge che in realtà starà per ricevere molto di più di quello che sperava. E tutto comincia da uno sguardo. Alla fine di quell’incontro e di quelle parole l’esperienza di fede e di segni che sta vivendo sarà così chiara che tutto il popolo lo vide camminare. La realtà di Dio che si manifesta è molto più rigogliosa di quello che si pensa di ricevere; l’intervento di Dio non è privato, nè esclusivo, ma si riflette su tutti coloro che vivono quell’esperienza. La guarigione è di uno, ma la lode che s’innalza a Dio e l’esperienza di stupore e meraviglia, è di tutti.
Dal particolare all’universale: ecco la traiettoria ecclesiale di un percorso di fede. Sembrava un incontro a due, anzi è stato un incontro a due, ma ha avuto una rilevanza ed una ricaduta su tutti, su tutto il popolo. E noi? Con quale sguardo fissare gli uomini e le donne di oggi? Come diventare compagni di viaggio con chi incrociamo? E la parola compagno è la cosa più cristiana del mondo: compagno, cioè cum-panis, cioè colui con cui mangi lo stesso pane. Offrire Gesù, Pane di Vita eterna con lo sguardo, alle persone che incontriamo.
Secondo movimento: Se una relazione comincia con lo sguardo e con le parole, poi cresce una consapevolezza, viene a galla nella nostra coscienza un’esperienza di vita accompagnata da sentimenti ed emozioni. Paolo parla del suo incontro come di un Rivelare in me il Figlio suo. Cosa sarà successo?
L’inquietudine nel cuore che lo ha lavorato dall’episodio del martirio di Stefano in poi, la luce di Damasco e la coscienza di considerare spazzatura tutta la sua conoscenza al confronto con la vicinanza di Cristo Gesù sono stati elementi che hanno fatto esplodere la coscienza di Paolo. Non è stata solo una caduta da cavallo ma un’esperienza che lo ha afferrato e convinto. Rivelare in me, cioè? Far venire a galla una verità liberante, sentirsi chiamato con la sua grazia che non condanna e accorgersi in un momento che questo Gesù Cristo è così totalizzante che tutto può essere considerato spazzatura se manca la persona di Cristo e, quindi, l’esigenza di annunciare il suo vangelo in mezzo alle genti. Questo è il succo della chiamata-conversione. Poi ci sono tre anni da passare in Arabia dove lo studio, la preghiera, il tempo col Signore hanno fatto maturare un’esperienza unica e totale. Ha detto Bruno Munari, artista e designer italiano, che un albero è l’esplosione lentissima di un seme che mette radici, germoglia, cresce e dà frutto. In questo territorio siete espertissimi di semi, piante e fiori – non si inventa nulla – è tutto affidato alla cura di mani esperte che conoscono tempi e modi di irrigazione, concimazione, innesto ma poi il seme «germoglia e cresce. Come, l’agricoltore stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura» (Mc 4, 27-28). È l’esplosione lentissima di un seme. Nella Chiesa non ci sono tempi di tutto e subito, ma occasioni per far maturare ciò che è germogliato e continua a crescere, aprire processi di umanizzazione della storia. In quei tre anni Paolo ha vissuto il suo seminario da cui ha imparato un metodo che ha custodito, approfondito e in cui è cresciuto per tutta la vita, ha pregato e riletto le parole di Gesù nell’antico testamento trovandone il senso nascosto e la carica di grazia. Rivelare in me il Figlio suo è entrare in un dialogo d’amore efficace e prolungato. Non sai tutto e subito, perchè non c’è bisogno di sapere tutto ma c’è bisogno di amare tutto e non c’è bisogno di saperlo subito. Resisti alla bramosia del possedere e dell’arraffare. Rivelare è azione di un dialogo d’amore mai finito.
Terzo movimento: la fede è un dialogo d’amore. Puoi credere solo in ciò che ami. Non credo per delle ragioni ma ho delle ragioni buone per credere. Non solo sguardi ma anche parole. La prima mossa è sempre di Gesù: noi giochiamo sempre di risposta. Ma Gesù usa parole sconosciute. Simone di Giovanni. Perché lo chiama così e non lo chiama più Pietro, nome che lui stesso gli aveva messo? E poi “mi ami? Mi vuoi bene? Ma che c’entra l’amore? E poi ancora: mi ami più di costoro? Parole misteriose alla fine del Vangelo. Il nome Simone di Giovanni Gesù lo usa forse perchè in amore non entriamo con i nostri incarichi (Pietro era il nome di un ufficio: «su questa pietra edificherò la mia chiesa»), in amore non contano i nostri titoli, in amore nasciamo nudi e nudi generiamo vita. Non posso pretendere di governare la Chiesa, di essere pastore rimanendo chiuso nei titoli. Solo spogliandomi, o meglio solo usando i titoli per quello per i quali sono stati creati, cioè amare e servire. Il prete, il vescovo sono nomi di un ufficio di servizio e di amore a beneficio del popolo di Dio; il Papa, nella tradizione cattolica, è il servus servorum Dei. Ce lo ricordava il vangelo di domenica scorsa, «voi non fate come i re e i governanti della terra che dominano», voi avete bisogno di preti, di vescovi, di ministri, di religiosi e di catechisti e sposi santi, ma vivete questa missione di preti, vescovi e sposati amando e servendo, non dominando. Il vangelo di Giovanni è uno svuotamento continuo, un cammino verso l’essenziale. È l’ultimo vangelo, non c’è più l’urgenza di raccontare i fatti e allora Giovanni ci riporta all’essenziale. Racconta certi fatti con dei particolari che non sono a caso ma rispondono ad una storia di salvezza. E allora, non più dieci parole, dieci comandamenti, ma «questo è il mio comandamento: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi», solo uno; non più le parole dell’ultima cena «Prendete e mangiate, Prendete e bevete» ma la lavanda dei piedi; non più la croce solo scandalo e follia, ma la croce luogo generativo di vita: Ecco tua madre, ecco tuo figlio; non più solo l’incontro col Risorto, ma soprattutto col dono dello Spirito del Risorto che viene soffiato sugli apostoli; Non più tante raccomandazioni tipo Mt 28: «Andate…insegnate….battezzate…fate discepoli tutte le genti», ma solo una domanda: «Mi ami più di costoro? Pasci i miei agnelli…..Seguimi».
Alla fine rimarrà soltanto l’amore in tutte le sue sfumature di intensità: mi vuoi bene? Mi ami? Gesù non pretende di avere ragione a tutti i costi piegando il discepolo ad usare le sue stesse parole… Pietro non conosce il verbo amare(forse è un suo limite), ma è capace di voler bene e questo è sufficiente perchè possa pascolare, pascere il gregge e cioè avere a cuore….I CARE; E perchè più di costoro? Perchè in amore non ci si può accontentare di ciò che abbiamo raggiunto…in amore se non si cresce, non si rimane dove uno è arrivato, ma si retrocede; in amore non ci si può sedere, perchè altrimenti si ricomincia dall’inizio… chi si ferma è perduto.
E come si fa a capire se sto amando in maniera da crescere o mi sono fermato? Seguimi, è l’ultima parola che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni: tu seguimi. Questa seconda parte del vangelo di Giovanni era iniziata, prima dell’ultima cena con le parole «li amò sino alla fine» che si realizzano seguire Gesù. Cioè continua a vivere da discepolo, non ti fermare a goderti quello che hai raggiunto, domani è un’altra partita e sempre ricominci da zero a zero. «Seguimi», cioè continua a vivere da discepolo, perchè la vita cristiana non è una scalata di un itinerario di crescita: nella vita cristiana il massimo è vivere da discepolo perchè uno solo è vostro Maestro e voi siete tutti discepoli. Sant’Ignazio di Antiochia, vescovo che si prepara al martirio, scrive «solo adesso comincio ad essere Uomo, solo adesso comincio ad essere discepolo di Gesù». Non vescovo ma discepolo di Gesù chiamato a svolgere la missione di vescovo a favore della chiesa. Non padre e madre di famiglia ma discepolo di Gesù chiamato nella vocazione del matrimonio a svolgere la missione di padre e madre. Non super catechista ma discepolo di Gesù, innamorato della sua parola che scopre la missione di trasmetterla nella catechesi ai piccoli. Seguimi non nell’immobilismo di una carriera di onori ma nella sequela di un discepolo che vuole sempre più crescere a servizio della Chiesa. Seguimi Pietro, come discepolo di Gesù, servus servorum Dei, dirà la ricca tradizione della Chiesa. Seguimi anche quando ti porteranno dove tu non vuoi, fosse anche la morte; continua a seguirmi per fare l’esperienza che neanche più la morte ti separerà dall’amore di Cristo, perchè la sequela di Gesù ti condurrà alla resurrezione. Amen.
