Lo stemma e il motto

Lo stemma episcopale di Mons. Augusto Mascagna, vescovo di Pescia e Pistoia, si presenta come una sintesi simbolica profonda di fede, territorio e missione pastorale, unificata dal motto latino “Surrexit Christus Spes Mea” (“Cristo è risorto, mia speranza”).

Lo stemma di Mons. Mascagna richiama al tempo stesso la sua storia, i suoi valori spirituali e il suo programma pastorale, e le sedi affidate alla sua guida pastorale. Quanto alle sedi diocesane nelle quali egli è posto come Vescovo, un semplice ma chiaro riferimento è offerto dagli smalti di cui è costituito l’inquartato sul quale sono collocate le diverse figure. Infatti l’alternanza del rosso e dell’argento si trova nello stemma della città di Pistoia che è costituito da un semplice “scaccato” d’argento e di rosso. L’argento costituisce anche lo smalto sul quale campeggia il delfino rosso dello stemma civico di Pescia. Dal punto di vista più strettamente simbolico-teologico il rosso richiama la Passione del Signore, e al contempo l’amore e la testimonianza cristiana che arriva fino al martirio.

Nel primo quarto, su campo rosso si staglia una croce gigliata terminante in forma di ancora. Simboleggia la Croce di Cristo, strumento di salvezza dal quale la vita fiorisce e si rinnova. Dalla Croce del Signore scaturisce infatti la speranza per ogni uomo, la speranza della vita eterna, come è richiamato dalla terminazione della nostra figura in forma di ancora. Il simbolo dell’ancora, prima ancora della diffusione della croce come segno per eccellenza della fede in Cristo, era simbolo diffuso, anche nelle catacombe, per rappresentare la croce stessa e la salvezza che vi scaturisce. Il simbolo affonda le sue radici nella Lettera agli Ebrei che parla di un’ancora sicura e salda in riferimento alla speranza la quale, fondata sulla parola fedele di Dio, è più che una sicura promessa: la speranza ha il volto concreto di Gesù morto e risorto che, grazie al mistero pasquale, è già entrato nel Santo dei Santi cioè nella celeste intimità con Dio, portando con sé coloro che credono in Lui (cfr Eb 6,17-20). La croce-ancora è rappresentata d’oro, il metallo più prezioso in araldica, che nel Nuovo Testamento richiama simbolicamente l’insuperabile e incorruttibile preziosità della fede (cfr 1Pt 1,7) e al tempo stesso la vita nuova del Risorto che splenderà in maniera definitiva e perfetta nella Gerusalemme celeste (cfr Ap 21,18-21).

Ancora su campo di rosso nell’ultimo quarto si innalza una stella di otto punte d’oro. Si tratta innanzitutto di un eloquente simbolo di Cristo Risorto, primogenito di coloro che risuscitano dai morti e inizio della nuova creazione, come indicato in Ap 22,16 e come viene proclamato nel preconio pasquale inneggiante “alla stella che non conosce tramonto, Cristo… che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena”. Il numero di 8 punte dell’astro non è casuale, richiamando ancora una volta la Resurrezione di Cristo, in riferimento alla domenica, l’“ottavo giorno”: L’octava dies non indica semplicemente “otto giorni dopo”, ma soprattutto il giorno nuovo inaugurato dalla Resurrezione di Cristo. Dopo i sette giorni della creazione, l’ottavo è il giorno che va oltre il tempo ordinario: è la nuova creazione, la vita eterna, il mondo trasfigurato. Di conseguenza la stella è al contempo simbolo di Maria. Se l’ottavo giorno è la nuova creazione inaugurata dalla Resurrezione di Cristo, il tempo oltre la morte, il “giorno senza tramonto”, Maria è  la creatura in cui la nuova creazione appare già perfettamente riuscita. Si potrebbe dire che Maria è il volto umano dell’ottavo giorno, dal momento che in lei la resurrezione promessa da Cristo a chi crede in Lui è già pienamente compiuta. La stella si trova davanti a un libro aperto, d’argento. L’argento per la sua candida lucentezza può indicare validamente la Rivelazione che trova in Cristo la sua pienezza. Infatti il libro è aperto ad indicare che in Gesù Figlio Dio ci ha detto tutto e ci ha dato tutto, come sottolinea la Dei Verbum al capitolo 2. Lui è l’Alfa e l’Omega (cfr Ap 1,8; 21,6; 22,13) perché è l’Agnello degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli (cfr Ap 5), ovvero di condurre la storia verso il suo compimento, rivelando passo dopo passo tutta la ricchezza del progetto salvifico divino. Alla luce di Cristo i credenti possono interpretare la storia, aprendo il libro della propria vita, così come il libro della natura e della cultura degli uomini, e intravedervi i segni della presenza e dell’azione di Dio che, mediante Cristo e nello Spirito, tutto conduce verso un fine di bene e di salvezza.

Nel terzo quarto sono rappresentati riferimenti simbolici alla storia del vescovo Augusto e al suo servizio ecclesiale. Vi sono rappresentati i frutti della terra, a simboleggiare innanzitutto l’agire di Dio che fa fiorire e dà vita agli uomini chiamati a collaborare alla sua opera di salvezza in loro favore. Il ramo di palma richiama l’attività principale della città di Pistoia, quella vivaistica. Al tempo stesso il rimando è alle parole dell’orante dell’Antico Testamento: “Il giusto fiorirà come palma” (Sal 91,13). La palma simboleggia così la vita del credente che, radicato nella parola di Dio, con la sua fedeltà perseverante, rimane saldo e porta frutti di giustizia e di pace. L’immagine della palma ritorna nell’Apocalisse (7,9-10) che la folla immensa di martiri e salvati, vestiti di bianco, davanti al trono di Dio, recanti in mano rami di palma. Nel contesto dell’ultimo libro del canone biblico i rami simboleggiano trionfo, vittoria sulla morte e il martirio. La palma celebra la vittoria di Gesù e la gioia degli eletti che, vivendo fino in fondo come giusti alla presenza di Dio, hanno superato la grande tribolazione. Il ramo fiorito di giglio richiama invece la città di Pescia con la sua ricca tradizione florovivaistica locale. Allo stesso tempo il giglio vuole essere un invito a fare propria la fiducia nella Provvidenza di Dio, abbandonandosi totalmente a Lui che è capace di rivestire di bellezza ciò che cresce nella semplicità e di innalzare gli umili che in Lui confidano: “Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”. (Mt 6,28b-29). Le nocciole fanno infine riferimento alle origini viterbesi del titolare e segnatamente al suo paese natale, Caprarola. Inoltre, circondate idealmente dai due rami, in numero di tre, le nocciole richiamano sinteticamente le tre virtù teologali, fede, speranza e carità che, richiamate anche altrove nello stemma, costituiscono il centro attorno a cui si struttura la vita intera del credente.

Andando ad osservare il secondo quarto vi notiamo una bisaccia o tascapane, simbolo di San Giacomo Maggiore, Patrono di Pistoia. La tomba dell’Apostolo, fra i primi chiamati da Gesù alla sua sequela (cfr Mt 4,18-22), tradizionalmente identificata fin dal IX sec. in Spagna, a Compostela (campus stellae, “campo della stella”), è stata dal Medioevo meta di pellegrinaggi, seconda per intensità di visite solo a Roma. Dal Medioevo Giacomo diviene patrono dei pellegrini, e viene spesso rappresentato con un lungo soprabito spesso dotato di pellegrina, un cappello a larga tesa e una bisaccia per il pane. Spesso i suoi abiti sono decorati con una o più conchiglie che dal XII secolo costituiscono il suo attributo iconografico più ricorrente. Così la conchiglia posta a ornare il tascapane nel nostro stemma richiama il costante cammino del discepolo di Cristo e la costitutiva dimensione pellegrinante della Chiesa, sempre in uscita e alla ricerca della volontà di Dio nel suo impegno di evangelizzazione orientato ad ogni uomo. La sacca per il pane richiama anche il fatto che la Chiesa nel suo pellegrinaggio è sempre sostenuta e nutrita da Cristo che diventa Pane di Vita per quelli che credono in Lui. La conchiglia rimanda specificamente al Santuario di San Jacopo e alla storia di fede del territorio pistoiese. Allo stesso tempo essa rimanda al tascapane del Servo di  Dio don Pier Luigi Quatrini, memoria viva che continua a generare frutti di bene, indicando una via concreta di santità, vissuta nella semplicità e nella quotidiana fedeltà a Dio.

Lo stemma, presentandosi come una sintesi grafica e simbolica di fede e storia, di riferimenti territoriali e di allusioni vocazionali, vuole essere così espressione di quanto dichiarato dal motto:

SURREXIT CHRISTUS SPES MEA.

La frase proviene dalla celebre sequenza pasquale latina Victimae paschali laudes e sta a significare che la speranza del cristiano non è un’idea astratta o un ottimismo generico, ma una persona viva: Cristo risorto. Dalla Croce gloriosa di Cristo scaturisce la speranza della vita nuova che, splendente nel Risorto e viene partecipata a quanti credono nel suo nome e si lasciano guidare dalla sua Parola, sostenuti dall’Eucaristia e guidati dall’esempio e dall’intercessione della Vergine Madre. In questo cammino d’amore e di vita si inserisce il ministero del Vescovo, chiamato ad essere segno visibile della speranza,

nella fede, testimone di quella carità che tutto trasforma e tutto redime.

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