
«Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi». La provocazione di Léon Bloy, scelta dal vescovo Augusto Mascagna, ha aperto una riflessione sul rapporto tra la fede studiata, pregata e vissuta. È questo il filo della prolusione che martedì 6 ottobre, nella sede presso la parrocchia di Santa Lucia a Uzzano, ha inaugurato l’anno 2026-2027 della Scuola di formazione teologica della diocesi di Pescia.
La serata, iniziata con il Padre nostro, è stata introdotta dal preside padre Lorenzo Frattini, da alcuni mesi alla guida della scuola. Richiamando il servizio svolto negli anni e il desiderio di proseguirlo con una proposta rinnovata, ha ricordato che la formazione riguarda tutti, laici e presbiteri. La meta è «una conoscenza che diventa amore, che diventa vita»: quanto si apprende deve poter maturare nelle scelte personali e comunitarie. Un’intenzione che il vescovo ha raccolto ponendo al centro della prolusione il legame tra teologia e santità.
Il punto di partenza è stato l’inizio della prima lettera ai Corinzi, rivolto alla Chiesa di Dio e a quanti sono «santi per chiamata». Mascagna ha ricondotto quell’indirizzo alle comunità di Pescia e Pistoia: la Chiesa abita luoghi concreti, dentro un territorio e le sue relazioni. «Nel frammento del nostro territorio c’è tutta la Chiesa». Essere Chiesa, riconoscersi chiamati oggi da Dio e accogliere la vocazione alla santità sono le tre dimensioni indicate per il cammino dell’anno. Anche frequentare una scuola teologica si inserisce in questa prospettiva, come passo ulteriore nella maturazione della fede.
La santità può sembrare lontana, riservata a figure eccezionali. Per avvicinarla, il vescovo ne ha ripercorso alcune espressioni nella storia: dai martiri ai monaci, fino alla crescente attenzione alle vocazioni laicali e familiari. Con papa Francesco, l’immagine del «santo della porta accanto» invita a riconoscere il Vangelo vissuto nelle case, nel lavoro, nella cura degli altri. «Non c’è stato un abbassare il livello», ha spiegato Mascagna, ma il riconoscimento di «una vocazione alla santità che interessa a tutti quanti». Una chiamata che interpella ciascuno nelle scelte di ogni giorno.
Teologia e santità sono dunque «un binomio inscindibile». Credere e celebrare, studiare e interrogarsi sulla fede appartengono a un medesimo cammino. Richiamando Benedetto XVI, Mascagna ha ricordato che «il grande amore vede più della ragione sola». La scientia fidei, la conoscenza della fede, e la scientia amoris, la conoscenza che nasce dall’amore, si completano: lo studio aiuta a comprendere ciò che si crede, mentre il rapporto vissuto con Dio permette di coglierne una profondità che il solo ragionamento non esaurisce. È un movimento reciproco, nel quale pensiero e preghiera si nutrono a vicenda.
A rendere visibile questa unità è stata l’immagine del girotondo dei santi nel Giudizio universale del Beato Angelico. Santi e sante si tengono per mano, partecipando della stessa gioia: grandi teologi e grandi mistici si ritrovano nella comunione con Dio. Mascagna ha sottolineato la forza di questa rappresentazione, che restituisce alla santità anche il sorriso e il buon umore. La familiarità con il Signore prende così il volto di una gioia condivisa, capace di liberare la vita spirituale da un’immagine necessariamente triste o severa.
La storia mostra però anche la fatica di custodire l’unità fra ricerca e vita spirituale. Richiamandosi a Hans Urs von Balthasar, il vescovo ha evocato il passaggio dalla teologia «in ginocchio» a quella «seduta a tavolino»: l’immagine di uno studio che rischia di perdere il legame con la preghiera. A sua volta, una spiritualità priva di nutrimento biblico e teologico può rinchiudersi nel devozionismo. Il Vaticano II, con la riscoperta della Scrittura e dei Padri della Chiesa, ha offerto un riferimento decisivo per ricomporre questa distanza e rimettere le fonti della fede al centro della vita del popolo di Dio.
Il richiamo alla Lumen gentium e alla Dei Verbum ha chiarito il senso di questo incontro. Nella vita dei santi si manifesta il volto di Dio; nella rivelazione è Dio stesso che si fa conoscere e chiama alla comunione con sé. «Si riscopre il senso di un “tu” in teologia», ha osservato Mascagna. La conoscenza assume così la forma del dialogo: ascoltare e comprendere significa anche rispondere e lasciarsi trasformare. I santi diventano «teologia vissuta», esistenze che aiutano a penetrare il Vangelo. «Senza la santità, il cristianesimo potrebbe essere una dottrina. Ma non dimostrerebbe al mondo di essere una vita».
L’esempio più ampiamente proposto è stato quello di Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni e dottore della Chiesa. Senza una formazione teologica accademica, la giovane carmelitana ha consegnato una conoscenza profonda di Dio, maturata nell’amore e nell’ascolto della Scrittura. Invitando a leggere Storia di un’anima, il vescovo ha mostrato come il racconto di un’esistenza possa illuminare la fede di tutta la Chiesa. Da Teresa è giunta anche l’immagine della leva capace di sollevare il mondo: Dio ne è il punto d’appoggio, la preghiera accesa dall’amore è la leva. Il linguaggio simbolico dei santi e quello concettuale della ricerca teologica concorrono così a esprimere la ricchezza del mistero.
Il dialogo con i presenti ha dato concretezza a questa prospettiva. Una partecipante ha raccontato come le lezioni sul Credo avessero cambiato il suo modo di recitarlo: parole ripetute da sempre avevano acquistato un significato più profondo. Le parole del Credo, comprese più a fondo, erano diventate una preghiera più consapevole e personale. Il vescovo vi ha riconosciuto «l’esperienza della meraviglia»: la preghiera rimane la stessa, ma chi la pronuncia ne abita più consapevolmente le parole. Lo studio diventa così occasione per riscoprire ciò che si pensava già di conoscere e per viverlo con maggiore intensità.
Questa trasformazione si comunica anche agli altri. La fede approfondita e amata emerge nei gesti, nello sguardo, nel modo di ascoltare e di stare con le persone. «Non vogliamo convincere nessuno», ha precisato Mascagna, indicando una testimonianza affidata alla qualità della vita. La meraviglia diventa così una sorgente di missione, attraverso la semplicità dei rapporti e la coerenza delle scelte.
Una domanda ha poi riportato l’attenzione sul rapporto fra parole nuove e tradizione. Il vescovo ha chiarito che la rivelazione trova il proprio compimento in Cristo, mentre la Chiesa, guidata dallo Spirito, cresce nella comprensione di quanto ha ricevuto. La novità riguarda questa capacità di approfondire e rendere presente il Vangelo nelle diverse situazioni della storia. Occorre custodire insieme «cose nuove e cose antiche», cercando espressioni che aiutino a dire e vivere la fede. «Dio fa nuove tutte le cose»: una frase che ha raccolto il senso di un rinnovamento radicato nel dono ricevuto.
Al termine padre Frattini ha riconosciuto nel confronto appena vissuto il significato della proposta formativa. «La scuola è relazione»: ascolto, domande, scambio fra studenti e docenti, un’esperienza nella quale anche chi insegna continua a imparare. La consegna dei certificati ai quattro studenti che hanno concluso il triennio ha accompagnato l’avvio del nuovo percorso. Resta la prospettiva affidata dalla prolusione: una conoscenza che prende forma nella preghiera e nell’amore, dentro la vita di ogni giorno.
di Simone Lepori
