Servizio, conversione e sinodalità: la riflessione del Vescovo Augusto sul corso di formazione per i nuovi vescovi

Condividiamo la riflessione di mons. Mascagna al termine del corso annuale di formazione per vescovi di recente nomina provenienti da ogni parte del mondo, divisi nei due percorsi proposti dal Dicastero per i Vescovi e dal Dicastero per l’Evangelizzazione

Quello che mi è rimasto nel cuore di questi 10 giorni è sicuramente la grande esperienza di cattolicità. 150 vescovi di tutto il mondo si sono ritrovati in quello che mi è sembrato essere quasi un concilio. In particolar modo ricordo con emozione il giorno che siamo stati a Santa Maria Maggiore e a San Pietro: vedere 150 vescovi con la mitra entrare per la messa cantando è proprio un’esperienza che mi ha toccato molto il cuore.
Ti fa sentire veramente a contatto con la Chiesa cattolica.

Però allo stesso tempo la Chiesa cattolica, tutta, è presente nel frammento, cioè anche nelle Chiese di Pescia e di Pistoia. Tutta la Chiesa cattolica è presente qui, a Pescia e a Pistoia. Questo è un primo dato. Un primo dato di stare a contatto con la grandezza della Chiesa cattolica, ma quella stessa grandezza viene custodita nel nostro territorio, nelle nostre parrocchie, nelle nostre assemblee. E questo mi fa sentire una dignità altissima, grato al Signore per essere cattolico, per essere cristiano, per essere prete e per essere a servizio.

Ecco, la seconda domanda è sicuramente quella del servizio. Il dono che ho ricevuto non è per me stesso, ma per servire la causa del Vangelo. Sono stato scelto e chiamato per essere inviato come apostolo del Signore, come servo della fede. Il vescovo è un servo. Il vescovo è chiamato a servire la fede di un popolo.

Da questa riflessione si apre un’altra proposta, ad un’altra parola importante, che è la parola conversione. Come mai sono stato scelto io? E me lo chiedo continuamente, e l’unica risposta che sto trovando è che attraverso questa chiamata al ministero sacerdotale, al ministero episcopale, è quello di servire, è quello di convertirmi ancora di più.
Questa chiamata è ancora un di più per la conversione: mettersi a servizio totale di un popolo, non avere più il tempo per me, il giusto tempo per me, per il riposo, per la mia storia, per fare le mie cose, ma essere tutto dedito al Signore, per appartenere totalmente a Lui. Quindi il servizio che diventa un’occasione all’esterno per servire un popolo, ma all’interno come una grande occasione di conversione che il Signore mi sta chiedendo continuamente per servire questo popolo con entusiasmo, perché questo popolo ha bisogno di essere servito con entusiasmo.

La terza parola importante che ho sentito risuonare in questi giorni è la parola continuità: la continuità del ministero episcopale. Quando a casa mia passo in un in un salone grande dove ci sono gli stemmi di tutti i vescovi – e ci sarà tra un po’ anche il mio stemma, mamma mia –  al servizio di una Chiesa per il quale c’è stata una continuità, dagli apostoli ai vescovi, padri e pastori dei presbiteri, vivendo questo in una relazione di padre nei confronti dei propri figli, padre nei confronti della gente da servire.

La quarta parola importante è la parola ascolto. Un vescovo deve saper parlare con autorevolezza, aperto al mistero, ma la cosa decisiva è ascoltare. È il tema episcopale per eccellenza: lasciandosi trasformare da ciò che si ascolta, lasciandomi trasformare dalla Parola di Dio che ascolto e lasciandomi trasformare dal popolo di Dio, dai preti che ascolto e che mi mettono a contatto con questa realtà. È la differenza fondamentale che c’è tra possedere e presiedere: puoi presiedere soltanto se ascolti, e una realtà e una terra diventa la tua terra; se invece possiedi soltanto, e allora il rischio è quello di perdere l’essenziale.

La Chiesa mi manda come pastore premuroso, attento, che sa condividere il cammino, le domande, le ansie e le speranze della gente.

L’ultima parola sicuramente è la parola empatia. È una parola importante. Ascoltare il detto e soprattutto il non detto dell’altro. Per entrare a contatto con questo popolo ho bisogno di empatia. Ascoltare fino al punto da sentire gli stessi sentimenti che sente questo popolo, a sentire le stesse vibrazioni. E questo diventa l’occasione importante, ma per far questo c’è bisogno di fare spazio nella propria interiorità all’altro. E questo è reale quando metti sempre più l’altro nell’ascolto, un ascolto reale.

L’ultima parola importante è la parola sinodalità, che abbiamo sentito tante volte, ma forse questa volta l’ho sentita in maniera ancora più importante. La sinodalità può essere espressa attraverso atteggiamenti sicuramente, ma anche attraverso le parole, attraverso un cambio di linguaggio. Ascoltare le gioie, le ferite, le attese, le domande e cercando di cambiare anche linguaggio. Non sono io che decido, ma io che mi faccio la domanda: che cosa lo Spirito sta suscitando in mezzo a questo popolo in modo tale che io ne lo possa ascoltare e lo possa sposare sempre più? Non io che decido, io che agisco, ma essere in ascolto dello Spirito. Il vescovo ha bisogno sempre più di tornare con una parola, di tornare a servizio con una parola.

Mons. Augusto Mascagna
vescovo di Pescia e di Pistoia

 

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