Omelia – Santa Messa per l’ Ordinazione presbiterale di don Francesco Matteoni, 15 marzo 2026

IV Domenica di Quaresima (Anno A)
Ordinazione presbiterale
di don Francesco Matteoni
OMELIA DEL VESCOVO FAUSTO TARDELLI
Cattedrale di Santa Maria Assunta, Pescia
Domenica 15 marzo 2026

 

La cecità. La cecità del cieco nato domina la scena evangelica quest’oggi. C’è un uomo che non vede. Fin dalla nascita. La cecità è davvero una brutta cosa. Proviamo per un attimo a metterci nei panni di un cieco che sia tale fin dalla nascita. Chi fosse tale fin dalla nascita non potrebbe certo rendersi esattamente conto di che cosa gli manchi. Proverebbe però sicuramente l’enorme difficoltà a muoversi, a fare qualsiasi cosa. Ma noi si però. Noi abbiamo il dono della vista, sappiamo dunque bene quello e quanto si perde chi è cieco nato, quanto è grande ciò che resterebbe fuori dall’esperienza di chi non può vedere.

Ora, a questo uomo, a questo cieco nato, si fa incontro Gesù. Il testo di Giovanni che è stato proclamato poco fa, non riporta alcuna richiesta da parte del cieco. In altre guarigioni, il malato o i suoi parenti si fanno avanti, addirittura gridano verso Gesù. In questo caso sembra proprio che non ci sia alcuna richiesta da parte del cieco o dei suoi amici. Quest’uomo è così annientato, prostrato dalla sua situazione che neanche spera più, neanche cerca un superamento della sua condizione di vita. E’ rassegnato. Si è lasciato normai cadere le braccia. E’ Gesù che si fa avanti e opera la guarigione. Gesù “Vide un uomo cieco fin dalla nascita” – dice il testo. Possiamo senz’altro pensare che quel “vedere” di Gesù, sia stato un vedere profondo, attento, un vedere pieno di misericordia. Un vedere amoroso che ci richiama il vedere del buon samaritano che vede e ha compassione, a differenza del vedere indifferente, distratto, ostile del sacerdote e del levita che passano oltre il ferito lungo la strada.

Troviamo espresso, in questo avvicinarsi di Gesù al cieco nato, in questo suo “vedere”, un compito fondamentale della Chiesa nel mondo e in particolare stasera mi viene da dire del Sacerdote. Intervenire sulle fragilità umane, lavorare per la guarigione di chi è preda del male, sanare le ferite e prima ancora accorgersi con occhi amorevoli dei bisogni degli uomini e delle donne, anche se da loro non si leva nessun grido di dolore, anche se la delusione, l’amarezza, lo scoraggiamento li ha ormai resi muti e rassegnati, è compito della chiesa. E il Sacerdote che è ministro del Signore deve essere maestro in questo “vedere” misericordioso e in questo farsi avanti e rendersi presente alle situazioni umane di sofferenza, malattia e sfiducia.

Ma nella scena evangelica non c’è solo il cieco nato. Ci sono pure i farisei, i giudei. Essi vedono. Si. Ma sono ciechi. Qui entra in campo una riflessione che approfondisce il significato spirituale della guarigione operata da Gesù. Esiste cioè una cecità che non è fisica ma che è ben più grave di quella fisica: la cecità di chi non riconosce la presenza di Dio nella storia, di chi non vede l’opera di Dio attraverso la carne umana di Cristo nel tempo che è la chiesa; la cecità di chi non sa gioire del bene che c’è nelle persone, che non sa e non vuole collaborare con Dio per la salvezza dell’umanità; che non vede l’urgenza del bisogno dell’altro ed invece di lasciarsi interrogare da questo bisogno, mettendosi all’opera, si ferma a disquisire con vane parole.

A questo punto inevitabilmente si è spinti ad esaminare con attenzione noi stessi se per caso non siamo anche noi dei ciechi. Potremmo domandare anche noi come i farisei al termine del racconto: “Siamo ciechi anche noi?” E potremmo sentirci rispondere da Gesù: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato, ma siccome dite “Noi ci vediamo”, il vostro peccato rimane”. Ecco allora che è assolutamente necessario, per sfuggire a questo tremendo richiamo del Signore, che sappiamo riconoscere le nostre cecità e spazziamo via la presunzione di chi sente a posto. Siamo anche noi dei ciechi. Questo è il fatto. Si. Ciechi di fronte a Dio, ciechi nei confronti degli altri, ciechi riguardo a quelle che sono le nostre responsabilità. E’ un esame di coscienza che non possiamo evitare nell’avvicinarsi della Pasqua. La consapevolezza sincera della nostra indegnità, del nostro essere dei salvati, di essere dei peccatori ai quali il Signore ha usato e usa misericordia e che si presentano al mondo con questa consapevolezza, appartiene al modo di essere chiesa e tanto più al modo di vivere del presbitero che non si può mai mettere su di un piedistallo e cedere a quel clericalismo che è un terribile vizio che snatura la missione sacerdotale.

Manca ancora qualcuno, secondo me, nel quadro dell’episodio evangelico: parlo dei genitori del cieco nato. Non fanno certo una bella figura. Appaiono anch’essi dei ciechi, a differenza del loro figlio che invece ci vede bene. L’atteggiamento dei genitori è quello di chi si lava le mani, di chi non vuole rogne, di chi per paura si ritrae dalla verità. Purtroppo, è un atteggiamento che ritroviamo in tanti cristiani italiani di oggi. Potremmo chiamarla indifferenza ma in realtà è qualcosa di più: è la paura di appartenere pienamente a Cristo e alla chiesa; è la paura di passar male presso amici e conoscenti, di fronte all’opinione del mondo; è il voler starsene ai margini senza prender parte, senza sporcarsi le mani, senza scomodarsi, senza prendersi delle responsabilità. L’atteggiamento pusillanime dei genitori del cieco nato è l’esatto contrario di quello del loro figliolo che dimostra assai più coraggio e parresia. E qui lasciate che faccia una considerazione: il riconoscimento, pur necessario e indispensabile, della nostra miseria, delle nostre cecità e che tutto è grazia non si può identificare con un atteggiamento dimesso e remissivo, direi pauroso di fronte alle sfide del mondo. Come il racconto evangelico ci insegna, al cieco guarito non manca la parola, non viene meno la verve combattiva ed energica per contrapporsi al vuoto parlare dei farisei. Non gli manca neppure l’ironia, anche se ciò fa irritare ancora di più i farisei che finiscono per buttarlo fuori dalla sinagoga. Tutto questo per dire che il riconoscimento sincero dei propri peccati, l’umiltà profonda di chi sa di essere stato oggetto di misericordia, si deve accompagnare nei cristiani e nel prete in particolare, anche con la parresia, col coraggio di dire e proclamare la verità. Il fatto di essere dei peccatori non ci può zittire ma anzi ci rende ancora più liberi per annunciare senza sconti a tutti la verità, costi quello che costi.

Voglio terminare queste mie riflessioni sul vangelo di questa domenica, richiamando infine il carattere festoso della celebrazione domenicale odierna, seppur ancora quaresimale; di quella che è chiamata tradizionalmente la “domenica in Laetare”, che si caratterizza per il colore dei paramenti liturgici che dal viola oggi sono diventati rosacei e per l’invito a “rallegrarci” dell’introito della Messa di oggi.

La luce sfolgorante della Pasqua illumina il percorso quaresimale e ci dice che le tenebre del mondo, quantunque fitte e orribili come quelle che stiamo sperimentando, non possono niente contro lo splendore del risorto che ha vinto la morte e ogni male. Anche se faticoso, anche se pieno di inciampi e di sassi, il cammino della nostra vita in questo mondo e nella nostra società, deve essere un cammino di speranza che la semina a piene mani, mostrando fiducia totale e rinnovata ogni giorno nell’amore del Signore. Sii sempre anche tu, carissimo Francesco, tra poco presbitero del Signore, con i tuoi gesti e con le tue parole, seminatore abbondante della speranza che non delude.

 

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