Giornata del Malato 2026

Qui nessuno è solo: la RSA come una nuova famiglia

Villa Matilde - Istituto Don Bosco accoglie con cura ogni songolo ospite. Il presidente Massimo Fantozzi racconta cosa significa prendersi cura dei più fragili e anziani

In occasione della Giornata Mondiale del Malato, abbiamo incontrato Massimo Fantozzi, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Villa Matilde – Don Bosco. Un dialogo che, partendo dal significato della ricorrenza, attraversa il tema dell’accoglienza, del lavoro di cura e del ruolo della comunità attorno alle persone più fragili.

Presidente Fantozzi, che cosa chiede oggi la Giornata Mondiale del Malato alla Chiesa e alla comunità civile?
«Chiede innanzitutto una riflessione vera. Una riflessione su chi sta accanto al malato: familiari, operatori, volontari. Parliamo di persone che hanno la lucidità, l’interesse e spesso anche il desiderio di prendersi cura di qualcun altro. Questo ruolo non va dato per scontato: va compreso, interpretato, vissuto con responsabilità e abbraccia moltissimi aspetti spesso non immaginati se non vissuti».

Quando una persona entra in una RSA, porta con sé una storia oltre che un bisogno sanitario. Che cosa significa, per voi, accoglierla davvero?
«Significa partire proprio da quella storia. La RSA dovrebbe essere prima di tutto un ambiente il più possibile familiare, non un luogo impersonale. Qui arrivano persone con un passato, con relazioni, con affetti. Accoglierle vuol dire creare un contesto in cui queste dimensioni non vengano cancellate, ma rispettate, proseguite e – per quanto possibile – anche incentivate, perché interessano una fase della vita in cui vi sono debolezze della persona».

Quanto conta, nelle scelte di gestione, una visione umana ed etica condivisa?
«Conta in modo decisivo. Il Consiglio di amministrazione non è chiamato solo a garantire il funzionamento della struttura, ma a custodirne l’identità. Non siamo una società che opera per profitto: siamo un ente ecclesiastico. Questo orienta tutte le scelte, anche quelle organizzative, e ci ricorda continuamente perché esistiamo».

In che modo questa impostazione si riflette sul lavoro quotidiano e sul clima interno della struttura?
«In modo molto concreto. Prendersi cura delle persone significa prendersi cura anche di chi lavora qui ogni giorno. Il lavoro di cura è impegnativo, anche sul piano umano ed emotivo. Per questo cerchiamo di offrire un ambiente sereno, stabile, dove le persone si sentano riconosciute e valorizzate. Quando chi lavora qui percepisce di far parte di un progetto condiviso, questo si riflette direttamente sulla qualità dell’attenzione verso gli ospiti».

Che ruolo hanno le famiglie nella vita quotidiana di Villa Matilde?
«Un ruolo centrale. Cerchiamo di coinvolgerle il più possibile, soprattutto nei momenti significativi dell’anno, ma anche nel quotidiano. Non vogliamo che la struttura diventi un luogo separato dalla vita affettiva delle persone. Anche una passeggiata insieme, una ricorrenza, una festa condivisa aiutano a mantenere vivi i legami».

Ci sono gesti concreti che aiutano a creare questo clima di prossimità?
«Sì, anche cose semplici. Ad esempio abbiamo creato uno spazio dove i familiari possono pranzare con il loro caro, condividere un momento insieme, senza fretta; oppure organizziamo uscite accompagnate tramite la Misericordia, la Pubblica Assistenza, la Croce Rossa per far visita ad altri familiari che non possono spostarsi o per altri motivi di svago; ci sono poi le feste per le ricorrenze personali degli ospiti. Sono attenzioni che dicono molto: non sei qui solo per essere assistito, ma per continuare a vivere relazioni».

In che rapporto si colloca Villa Matilde con il territorio e con la Chiesa locale?
«Siamo parte viva della comunità ecclesiale e del territorio. Le celebrazioni, le processioni e i momenti condivisi non restano fuori dalla struttura. Penso, ad esempio, alla festa di San Giovanni Bosco: la chiesa era talmente piena che non ci si entrava. Ospiti, famiglie, comunità, autorità civili e religiose insieme, come il 31 Maggio per la fine dell’anno mariano. Abbiamo ospitato anche momenti di ritiro del clero. Sono segni concreti di una struttura che non si chiude, ma si apre; altre iniziative verso il mondo ecclesiale sono in programma; e poi gli incontri con le scuole, con la Banda Gialdini, di Pescia, con altre associazioni».

Che messaggio sente di rivolgere, oggi, a chi vive la malattia?
«A chi è consapevole direi di provare a vivere questo luogo come una nuova famiglia. Qui si cerca di dare tranquillità e di far sentire le persone a casa. È un luogo di vita condivisa, dove le relazioni contano quanto le cure».

E a chi se ne prende cura ogni giorno?
«Direi di non perdere di vista il senso profondo di quello che fa, ognuno per il proprio ruolo, ciascuno con le proprie motivazioni. Qui l’attenzione alla persona è centrale: l’ospite e chi se ne prende cura ogni giorno. Perché la cura, prima di tutto, è una relazione. E se questo spirito viene compreso e condiviso, si crea un circolo virtuoso: chi serve si arricchisce interiormente, chi riceve si sente parte di una comunità».

Lo spirito di Villa Matilde è tutto qui: un luogo di cura e di riposo, ma soprattutto uno spazio di relazioni e di valori, dove la fragilità non è mai lasciata sola e dà forza a chi vi opera.

di Simone Lepori

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