
Pochi giorni fa, il 5 gennaio, il nostro vescovo Fausto ha compiuto 75 anni, un compleanno particolarmente significativo perché, con il raggiungimento di questa età, si avvicina al tempo della rinuncia al ministero episcopale, come previsto dalla Chiesa. Rivolgiamo al vescovo Fausto i nostri più sentiti auguri, colmi di stima e di riconoscenza, per l’attenzione, la premura e la cura pastorale che ha donato in questi anni alle nostre comunità. Non un’età qualunque: lo si comprende bene anche dalle riflessioni profonde e sincere che emergono dall’intervista “a cuore aperto” che segue:
Eccellenza, i 75 anni rappresentano un traguardo importante per la sua vita e per il suo ministero. Come racconta questo passaggio, umano e spirituale, alla luce del cammino compiuto?
«E’ sicuramente una data importante che segna un cambiamento significativo nella mia vita. Non nei suoi fondamenti e nemmeno nella sostanza del ministero che mi è stato affidato come Vescovo. Però sicuramente nelle modalità concrete dei giorni. E’ un passaggio che comunque ritengo giusto. Si deve saper passare il testimone a chi è più giovane, ha più energie e forse anche prospettive nuove. Vale per i vescovi ma credo dovrebbe valere anche per i presbiteri e per chiunque abbia un compito di responsabilità nella chiesa. Non siamo noi al centro e nessuno di noi si può credere indispensabile. Mettersi un po’ da parte fa bene».
Ripercorriamo alcune tappe del suo servizio: docente di teologia morale, cancelliere e poi Pro-vicario generale; l’episcopato iniziato il 6 marzo 2004 con la nomina a vescovo di San Miniato e l’Ordinazione il 2 maggio, quindi l’8 ottobre 2014 la nomina a vescovo di Pistoia e infine, il 14 ottobre 2023, papa Francesco l’ha chiamata anche a guidare la diocesi di Pescia, unendo le due Chiese in persona episcopi. C’è stato un filo conduttore che ha unito ministeri e responsabilità così diversi tra loro?
«Nel “santino” che si è soliti lasciare a ricordo dell’Ordinazione sacerdotale, nel lontano giugno 1974, scrivevo una frase presa in prestito dal libro del profeta Geremia: “Va dove ti manderò e annuncia quanto ti ordinerò”. Sono le parole del Signore al profeta. Ecco, credo che quelle parole rappresentino il filo conduttore della mia vita e dei molteplici servizi che ho svolto».
Dopo aver presentato, come previsto dal Codice di diritto canonico (can. 401 §1), la lettera di rinuncia all’ufficio di vescovo diocesano alla Nunziatura apostolica in Italia, come vive questo tempo di attesa? Al di là degli aspetti canonici, quali pensieri e quali interrogativi abitano questo momento della sua vita?
«Ci vorrebbero molte parole per esprimere i miei sentimenti in questo momento, perché è un affollarsi di pensieri, di sensazioni e di emozioni. Prevalgono quelli che mi mettono davanti i tantissimi doni ricevuti dal Signore, i limiti nell’adempimento del compito a cui sono stato chiamato e la disponibilità ad accogliere quello che mi sarà dato nei giorni a venire».
È stato ordinato sacerdote nel 1974, in un tempo in cui la Chiesa aveva un ruolo centrale nella società. Come vede oggi il rapporto tra Chiesa e mondo contemporaneo, dopo oltre cinquant’anni di ministero?
«Quando sono stato ordinato, provenivo da anni davvero particolari, speciali. Era l’immediato post Concilio. Furono per la chiesa tempi di riforma dalle incrostazioni del passato, di aggiornamento teologico e pastorale, della scoperta di un approccio nuovo e propositivo col mondo. Anche perché in quel momento, soprattutto nelle nuove generazioni, si respirava un forte anelito fino alla ribellione per un mondo nuovo, più giusto, più bello e fraterno che sembrava ormai alle porte. Le cose però non sono andate esattamente come si sperava. C’era forse molta ingenuità nelle speranze di quei giorni e forse anche, nei credenti, la presunzione che la chiesa fosse nata col Concilio. Il mondo poi è enormemente cambiato; sono aumentate esponenzialmente le contraddizioni e i problemi; le nostre società non si sa bene cosa siano diventate e la chiesa stessa ha subito scossoni, divisioni e crisi. Credo che comunque si sia fatta strada una certezza: la chiesa, sempre più consapevole di essere un piccolo gregge, per tanti versi marginale, radicata più fortemente in Cristo, può e deve essere in semplicità, umiltà, carità e verità, un’oasi di speranza e di pace, una luce che brilla nella notte. Come dice molto bene Papa Leone al termine della Esortazione apostolica “Dilexit te”: “una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno”».
Le diocesi di Pistoia e di Pescia vivono ora l’attesa di un nuovo pastore. Si aprono diversi scenari: la prosecuzione dell’unione in persona episcopi oppure il ritorno a due diocesi pienamente autonome. Che messaggio desidera rivolgere a queste due Chiese sorelle in questo tempo di attesa?
«Sono due chiese che ho amato e che amo. Pistoia da più tempo, Pescia da meno ma con non minore intensità. Al di là della soluzione che il Santo Padre riterrà più giusta per il futuro – personalmente – sia detto per inciso – penso che Pescia abbia le carte in regola per avere un vescovo proprio – ma aldilà di questo, ritengo che la conoscenza reciproca, la collaborazione, la comunione tra chiese sorelle sia un dono e una bella occasione per un rinnovamento della vita cristiana. Questo è anche il messaggio che vorrei lasciare alla due diocesi: non ci si arrocchi in un’autonomia che non è cattolica. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, come chiese. Ci possiamo sostenere ed aiutare per una testimonianza e una evangelizzazione che, per essere autentica, ci deve trovare uniti».
